Requiem per la Moda in due atti – Atto II

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Dicevamo: la Moda si muove troppo velocemente.
E  proprio il tema della velocità introduce egregiamente il secondo capitolo di questa saga.

Fast Fashion Crash
Partiamo da un dato di fatto. Oggigiorno chiunque, con un modesto investimento, può vestirsi come una It girl fashionista in cinque minuti: basta andare da Zara, da Mango, H&M eccetera e mettere insieme un outfit a occhi chiusi. Essere “alla moda” è evidentemente alla portata di tutti, e proprio per questo  non ha più alcun valore. (Questione diversa è avere uno stile, proprio perché lo stile non si trova in vendita).

Negli ultimi decenni, grazie al fast fashion, capi graziosi e in linea con le ultime tendenze sono diventati accessibili a un numero sempre crescente di persone, in quantità sempre maggiore, a prezzi sempre più irrisori. Il che in teoria è una cosa positiva: non fosse che questo meccanismo, portato all’estremo, sta generando un corto circuito nel sistema. Perché per continuare a fare profitti i retailer fast fashion devono avere grossi volumi, e tenere bassi i costi di produzione. Delocalizzare è una scelta obbligata.

E pecca d’ingenuità chi pensa al classico Made in China: oggi anche quello ormai è un lusso, e per tagliare veramente i costi, è necessario spostarsi in Banghladesh, nelle Filippine, in India – insomma in quei paesi che non offrono grandi expertise ma che sono famosi per i costi di mandopera più bassi al mondo (e sì, non è una coincidenza, anche per gli incendi nelle fabbriche).

Ovviamente la logica del risparmio si applica anche alla scelta delle materie prime: inevitabile, date queste premesse, che la qualità ne faccia le spese. Il problema però è relativo: perché – diciamocelo onestamente – quanti consumatori al giorno d’oggi sono in grado di distinguere una cucitura alla francese da una finitura fatta col taglia-e-cuci, o di apprezzare le differenze tra i diversi tipi di fibre?

Complice la velocità con cui si avvicendano le tendenze, l’abbigliamento sta diventando un bene usa-e-getta. E mentre nei brand di lusso tentano di corre ai ripari ampliando le collezioni di “continuativi” (cioè quei capi classici, senza tempo, sempre uguali a se stessi – per intenderci, quelli che non vanno in saldo) a me viene da fare una mesta considerazione.

Non è solo che la moda è morta: è che si è proprio suicidata.

 

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