Quante volte abbiamo risposto “bene, tu?” a un “come stai” mentre dentro di noi si scatenava l’inferno? Questo piccolo scarto tra realtà e ciò che diciamo ha un nome: Polite Fiction, o “finzione cortese”. È quello scenario sociale in cui tutti i presenti conoscono una verità, ma scelgono collettivamente di fingere di credere a una versione alternativa degli eventi per evitare attriti e imbarazzi. Un rituale ipocrita? Può darsi, eppure sottovalutarne i benefici sarebbe da pazzi: favorisce il rispetto reciproco, rende piacevoli atmosfere che altrimenti sarebbero ingestibili e protegge la sensibilità altrui. In tal senso, è una competenza sociale strettamente connessa al galateo. Ecco, dunque, 7 esempi di Polite Fiction che ci aiutano a sopravvivere ogni giorno.

1. Cortesia
Essere cortesi non è sempre un’attitudine guidata dalle nostre reali emozioni, al contrario, spesso richiede una buona dose di finzione. Ad esempio, oltre alle espressioni di cortesia di routine, in Giappone inchinarsi è una convenzione per esprimere rispetto e umiltà, anche quando non si provano davvero questi sentimenti. In poche parole: il gesto conta più dell’intenzione.
2. Espressioni facciali
La Polite Fiction riguarda anche il nostro body language e una della sue declinazioni più comuni è quella di sorridere senza motivo. Per dire, fare un sorriso al vicino di casa che incrociamo sulle scale è un gesto che non vuole esprimere entusiasmo, ma la semplice assenza di ostilità nei suoi confronti, solo per creare un’atmosfera rilassata.
3. Insincerità strategica
Quante volte ci è capitato di fingere amicizia verso qualcuno che non ci è particolarmente simpatico, magari perché ricopre una posizione di potere? Ecco, non ci sarà dell’affetto sincero, ma si tratta di una forma di diplomazia necessaria. Ergo, di Polite Fiction.

4. Negazione collettiva
Anche le dinamiche di gruppo possono essere influenzate dalla Polite Fiction, come la capacità di negare una verità quando questa risulta scomoda per la coesione sociale. Pensiamo a un gruppo di amici che continua a frequentare un locale notoriamente tremendo. Tutti se ne lamentano in privato, ma quando qualcuno propone di cambiare posto, scatta un vago “ma dai, non è poi così male”. La verità è evidente, ma palesarla rischierebbe di incrinare abitudini ed equilibri, quindi viene scansata.
5. Pensiero di gruppo
Sulla stessa lunghezza d’onda, nella vita di tutti i giorni il groupthink corrisponde alla Polite Fiction per cui “se lo pensano tutti, allora va bene così”. Nel senso, pur non essendo davvero d’accordo con qualcosa, capita che in un gruppo tendiamo ad allinearci con gli altri semplicemente per quieto vivere, per “non rovinare l’atmosfera”. Succede quando si organizza un viaggio o una serata: tutti dicono “bellissima idea”, anche chi sa già che potrebbe non trovarsi immediatamente a suo agio.
6. L’elefante nella stanza
Arriviamo al cosiddetto Elefante nella stanza, ovvero un argomento spigoloso evidente a tutti i presenti, ma che si evita di esplicitare perché socialmente imbarazzante. Può riguardare salute, lavoro, relazioni, qualsiasi cosa. Ad esempio, una famiglia allargata che non menziona il recente divorzio durante il pranzo di Natale. Tutti lo sanno, ma il tema viene cortesemente evitato.
7. Salvataggio della faccia
Accade quando un gruppo cerca di tutelare una persona da una situazione umiliante. Capita spesso che, dopo una presentazione poco riuscita, i colleghi ci facciano comunque osservazioni incoraggianti per evitare il disagio di ammettere che non è andata proprio bene. Noi lo sappiamo benissimo di aver fatto una figuraccia… e apprezziamo il gesto: più che una bugia è una gentilezza.
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