Anche quest’anno siamo stati travolti dal flusso di immagini del Met Gala, aka “gli Oscar della moda”. Per orientarci: il Met Gala si tiene ogni primo lunedì di maggio a New York, nelle sale del Metropolitan Museum of Art. È una serata di raccolta fondi per il Costume Institute in occasione dell’apertura della sua mostra annuale, concepita attorno a un tema che dovrebbe guidare creativi e celebrity nella costruzione dei look sul red carpet. Quello di quest’anno: Fashion is Art, e in particolare come l’arte interpreta il corpo.

Dress code al Met Gala 2026
La sorpresa di questa edizione è che molte più star del previsto hanno rispettato il tema della serata. Che, dal canto suo, non era poi così difficile da rispettare. Quindi, troviamo: Beyoncé (dopo 10 anni di assenza dalla kermesse) in un look ispirato all’anatomia corporea di uno scheletro sfavillante, Heidi Klum in versione Halloween calata nei panni della Vestale Velata di Raffaelle Monti, Kendall Jenner che omaggia la Nike di Samotracia, Madonna che s’ispira al dipinto La tentazione di Sant’Antonio di Leonora Carrington. Giusto per citarne alcune. A fare da protagonisti sono poi i body dai capezzoli scolpiti e le maschere che celano i volti, come veri e propri leitmotiv.

Cosa resta del Met Gala?
Eppure, guardando il red carpet, la sensazione è che il corpo davvero celebrato sia uno solo: quello del potere. O, più precisamente, del portafoglio Jeff Bezos, sponsorizzatore e ospite d’onore dell’evento, al centro di polemiche e proteste. La regia di Anna Wintour resta impeccabile, ma il racconto si è spostato: dalla moda come linguaggio alla moda come dimostrazione. Tanto che è impossibile non domandarsi se questo evento, di anno in anno, non sembri una “baracconata” sempre più rumorosa della precedente. E soprattutto, sempre più scollegata da qualsiasi cosa succeda davvero “nel mondo lá fuori”, ma pure “nel mondo lí di fianco, quello della moda”.

Se davvero la moda è espressione della società, forse dovremmo guardare meno passerelle e red carpet e, piuttosto, cominciare a far caso a come si vestono le persone: sono tutte in jeans, tuta e sneakers. Ecco qual è il linguaggio della società, oggi: l’unica lingua che si parla è quella del comfort, della velocità, di una “praticità” che tende a uniformare più che a distinguere. A questo punto la domanda è inevitabile: il Met Gala, le passerelle, le grandi “narrazioni estetiche” della moda sono ancora un linguaggio condiviso, oppure sono diventate una forma di teatro autoreferenziale?
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