È una scena che abbiamo visto mille volte: lei, protagonista di una serie in costume, sfreccia a cavallo con la chioma al vento, la gonna che fluttua ribelle, lo sguardo fiero. Peccato che siamo nel 1522, e la nostra eroina cavalca a gambe divaricate, come un ufficiale napoleonico. D’altronde capita spesso, in televisione e al cinema, che il passato venga filtrato attraverso lo sguardo del presente risultando del tutto anacronistico. Scopriamo quindi come e perché il caso delle donne a cavallo ne è un perfetto esempio.

Perché in tv le donne a cavallo montano a cavalcioni
1. “Funziona” visivamente. Una donna che cavalca come un uomo comunica forza, indipendenza, protagonismo. È una scorciatoia visiva potente, perfetta per una protagonista che deve piacere al pubblico contemporaneo. Anche se, appunto, siamo nel XVI secolo.
2. Il pubblico non lo nota. La verità è che pochissimi sanno distinguere tra una sidesaddle (sella laterale) e una sella maschile. Quindi le produzioni mediali per rappresentare le donne a cavallo scelgono la via più semplice. E più spettacolare.
3. La comodità. Montare “da amazzone” è difficile, instabile, richiede addestramento. Dunque, per le attrici può rivelarsi un’impresa ardua e il rischio di incidenti sul set si alza. La soluzione? Via di cavalcioni, e chi si è visto si è visto.

Come montavano davvero le donne a cavallo
Nel Cinquecento, una dama non si metteva certo a galoppare per i campi in sella maschile. Al massimo, viaggiava su un carro o una lettiga, se era di rango. Oppure, cavalcava in sella laterale, accompagnata da uomini armati. Solo donne di bassa condizione sociale, come contadine o mercanti, potevano montare a cavalcioni – e rigorosamente in abiti adatti. Mai con gonne ampie, mai con corsetti rigidi da corte.
Marie-Antoinette e la rivoluzione (equestre)
Una delle prime donne aristocratiche a rompere questo schema in pubblico fu Maria Antonietta, nonostante (o forse proprio per) lo scandalo che questo comportava. Negli anni ’70 del Settecento, la regina comincia a cavalcare à califourchon, sfoggiando look decisamente audaci: pantaloni maschili da equitazione – vietati per legge alle donne – abbinati a giacche alla cavallerizza. Il tutto completato da stivali al ginocchio e cappelli a tesa larga o tricorni militari. Si trattava di un gesto deliberato, provocatorio, trasgressivo, di certo non la norma per le donne a cavallo. Tollerato solo perché era lei, ma non per questo esente da critiche e scherni, come racconta Madame Campan(la sua dama di compagnia) nelle sue Mémoires.

L’equitazione femminile vera comincia dopo
Il vero cambio di passo arriva solo nell’Ottocento, con le riding habits: abiti pensati per la cavalcata all’amazzone, ma finalmente funzionali e codificati. Ovvero? Gonne pesanti, tagliate lateralmente per non impigliarsi (lo strascico non era contemplato), le prime culottes per protezione e decoro, corpetti per mantenere l’equilibrio (non rigidi, non da cerimonia), giubbe da cavallo ispirate all’uniforme maschile, ma con maniche strette e design più femminili, mantelli da viaggio in lana o velluto, scarpe robuste con fibbie o lacci – niente ballerine da principessa Disney. E i pantaloni? Negativo, nemmeno sotto la gonna. Questi resteranno ancora a lungo interdetti per le donne a cavallo, salvo rarissime eccezioni travestite o in contesti teatrali.
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