L’invasione dei vestiti di plastica

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Nelle ultime stagioni, sulle passerelle, si sono visti diversi capi di plastica. Chanel, Fendi, Sies Marjan sono solo alcuni tra i marchi che hanno cavalcato questa tendenza, facendo sfilare impermeabili see-trough, stivali trasparenti, accessori in plexiglass e pvc.


Tuttavia, non serve seguire le ultime tendenze per vestirsi di plastica.

Lo facciamo già – con buona probabilità- ogni giorno, quando indossiamo i collant in microfibra, le camicie di poliestere di Zara, le sneakers e i giubbotti imbottiti, giusto per fare qualche esempio.

Siamo letteralmente vestiti di plastica.
È brutto da dire ma è così.
Oggi, il 63% della produzione tessile globale è composto da derivati del petrolio.

Per capire come ci siamo arrivati, facciamo un piccolo passo indietro.

Fibre sintetiche: un po’ di storia

una modella con un imper di pvc

L’industria chimica ha lavorato allo sviluppo di fibre artificiali già dalla fine dell’ottocento. E nei primi anni del ‘900, vengono commercializzati la viscosa e il rayon. Questi materiali, che si ottengono trattando chimicamente la polpa di cellulosa, rappresentano un’alternativa più economica alla seta. E infatti vengono utilizzati per le calze da donna, vestiti da sera e lingerie.

Bisogna però aspettare il 1937 per arrivare alla prima fibra totalmente sintetica – creata cioé interamente in laboratorio. Si tratta del Nylon, che entra sul mercato dopo la seconda guerra mondiale.
L’introduzione dei sintetici inaugura una nuova era nell’industria tessile. La produzione di fibre non è più legata ai ritmi naturali e avviene interamente in laboratorio, con un abbattimento dei costi e dei tempi di produzione (ma con largo impiego di sostanze chimiche e relative emissioni dannose per l’ambiente, ahimé).

Il poliestere viene inventato qualche anno dopo.
Questo materiale, che oggi è diventato la fibra più utilizzata al mondo, deve la sua fortuna alle caratteristiche che gli sono proprie. È infatti un tessuto che non si restringe e non si stropiccia; è molto resistente alla lacerazione e all’abrasione, è inattaccabile da batteri, muffe e tarme, è idrorepellente, ha un buon potere isolante e asciuga alla svelta.

In più, è economico da produrre.

A partire dagli anni ’70 questo tessuto, assieme a nuove mescole totalmente sintetiche, viene impiegato su larga scala dall’industria della moda

Fast fashion: il trionfo delle fibre artificiali

La definitiva supremazia dei dei sintetici sulle fibre naturali viene però sancita dall’affermarsi del fast-fashion, a partire da fine anni ’90.

In questo modello di business, che si basa su un’incessante produzione di abbigliamento da vendere a prezzi irrisori, l’utilizzo di sintetici è essenziale per mantenere bassi i costi.

Tuttavia, perché questo business sia profittevole, tenere bassi i costi non è sufficiente: sono necessari anche grandi volumi, che si traducono in una vera e propria invasione del mercato.

Così, Zara, Mango, Forever 21 e affini hanno letteralmente inondato il mercato tessile di abiti a poco costo, di bassa qualità, realizzati con fibre artificiali e quindi virtualmente impossibili da smaltire.

Per dire: tra il 2000 e il 2014 il volume della produzione globale di abbigliamento è raddoppiato. E la stragrande maggioranza dei nuovi capi prodotti in questi anni sono fatti, sostanzialmente, di plastica.

Le contraddizioni della Moda Vegana

Come se non bastasse, negli ultimi dieci anni la diffusione della sensibilità animalista ha avuto come conseguenza – ironia della sorte – un ulteriore incremento nell’utilizzo della plastica.

Sono sempre più numerosi i marchi che propongono collezioni di moda vegana, priva cioé di materie prime di origine animale, come pellicce, pellami e seta e la lana. Peccato però che questi materiali naturali vengano rimpiazzati da alternative sintetiche, prodotte da derivati del petrolio, e quindi non biodegradabili.

Le pellicce ecologiche di ecologico non hanno un bel nulla
.
E nel Regno Unito, una commissione parlamentare ha proposto di imporre la dicitura “Plastic Fur” sull’etichetta, per non trarre in inganno i consumatori.

Lo stesso discorso vale anche per l’eco-pelle. Anche se ci sono delle startup impegnate nella ricerca di alternative al cuoio di origine vegetale, ad oggi la verità è semplice. Oggi l’alternativa più comune all’uso di pelli animali è il poliuretano, e cioé una plastica.

Tre buone ragioni perevitare la plastica

una modella dietro un telo di plastica

Mentre tutto il mondo si sta mobilitando per ridurre l’uso di plastica (il parlamento europeo, lo scorso ottobre, ha messo al bando l’uso di plastica usa-e-getta a partire dal 2021) l’industria della moda non sembra preoccuparsi troppo. Certo, la ricerca si sta mobilitando per creare delle alternative più green rispetto ai materiali di cui disponiamo oggi.

Ma, per il momento almeno, le fibre sintetiche hanno ancora un grande impatto abientale. Nello specifico:

  • Vengono prodotte impiegando sostanze chimiche pericolose, con processi produttivi altamente inquinanti
  • Sono virtualmente impossibili da smaltire. I rifiuti tessili sintetici impiegherebbero centinaia di anni per biodegradarsi: per questo motivo spesso vengono inceneriti, con rilascio di ulteriori sostanze pericolose
  • Ad ogni lavaggio rilasciano nell’acqua particelle microplastiche, che finiscono invariabilmente negli oceani, causando danni incalcolabili all’ecosistema

A me sembrano ragioni sufficienti per pensarci due volte, prima di acquistare un altro capo 100% poliestere.

una modella di colore con un cappuccio di plastica

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Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Claudia

    Faccio outing. Per anni non ho mai preso troppo in considerazione l’etichetta dei capi al momento dell’acquisto. Il che ha fatto sì che il mio armadio si sia riempito, nel tempo… di plastica.
    Ed ora faccio sto facendo davvero molta fatica a rimpiazzare molti di questi capi plasticosi con capi in fibre naturali…

    1. Elisa

      Hai ragione, le fibre naturali sono sempre più difficili da trovare!

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