Made in Italy: vendersi o morire

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Dopo le ultime sfilate milanesi, qualcuno dà il Made in Italy pronto alla riscossa.

Mi auguro che sia vero, con tutto il cuore.

Nel frattempo però, in sordina e lontano dalle passerelle, due Maison che dello stile italiano sono state un simbolo vanno incontro a un destino non proprio sfavillante.

La prima è Krizia: la creatura di Mariuccia Mandelli  è passata nelle mani del gruppo Shenzhen Marisfrolg Fashion, guidato da Zhu ChongYun. L’imprenditrice cinese, oltre ad essere presidente del board, assumerà anche il ruolo di direttore creativo: ha dichiarato di essere una grande ammiratrice di Krizia e di voler dare continuità allo stile della Maison.
Speriamo.

La speranza è che a Krizia non tocchi in futuro la sorte che oggi tocca alla Gianfranco Ferré.
Orfana del suo fondatore, la griffe milanese è stata ceduta nel 2011 agli emiri del Paris Group. I quali, dopo aver dismesso la storica sede di Via Pontaccio, hanno ora annunciato l’intenzione di disinvestire in Italia. E cioè, detto in soldoni di chiudere la Maison, per far vivere il marchio solo attraverso licenze prodotte chissà dove.

Ecco, a me non importa chi possiede i marchi italiani.
Che facciano capo a holding cinesi, arabe o francesi non è un problema, anzi: ben vengano gli stranieri se sono in grado di gestire le cose meglio di quanto sappiamo fare noi.
Il Made in Italy non sta nella proprietà del marchio, ma nella cura con cui sono realizzati i prodotti.

Però dispiace vedere i nomi belli che hanno fatto grande la nostra moda su prodotti scadenti, figli di licenze e delocalizzazioni. Scegliere un brand italiano non vuol dire portarsi necessariamente a casa qualcosa di Made in Italy. Ed è un vero peccato, a parere mio.

 

Questo articolo ha 4 commenti.

  1. Adriana

    Purchè non appongano sull’etichetta la dicitura: made in Italy. E temo che invece lo faranno..
    Temo pure che senza una coerenza stilistica e storica i proprietari dei marchi tenteranno di raschiare il barile finchè ci sarà qualcosa da portar via. E dopo un po’ di anni cosa resterà nella memoria collettiva di quei nomi?
    Ma magari mi sbaglio (spero!).

    1. Elisa

      Vedi alla voce Vionnet

  2. ElectroMode

    Che disgusto, non sapevo di questo particolare in merito alla chiusura di Ferré.
    Già che chiudesse era una notizia deprimente ma leggere che sti disgraziati del Paris Group apporrano il suo nome su prodotti qualsiasi che non c’entrano nulla con lo stile di Ferré e con l’Italia è una cosa terribile.
    Spero che falliscano miseramente. Forse quando si vende bisognerebbe pensare a delle clausole ben precise che impediscano cose del genere.

    Alessia
    ElectroMode

    1. Elisa

      Dio ci salvi dal temutissimo effetto PierreCardin

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